Non dovevano partire

di Carlo Grigioni

No, la barca che durante la notte dello scorso 26 febbraio è affondata davanti alla costa di Cutro non sarebbe mai dovuta partire. Quelle persone avrebbero dovuto viaggiare in aereo, con tutti i documenti in regola. Si sarebbero dovute rivolgere alle autorità, non ai trafficanti. Avrebbero dovuto raggiungere l’Europa senza rischi, non morire.

No, le 1800 persone morte nel Mediterraneo nel 2022 non sarebbero dovute annegare. Neanche le 26000 che hanno perso la vita negli ultimi 10 anni. Avrebbero dovuto avere accesso a canali di migrazione solidi, controllati e costanti, a corridoi umanitari veri.

No, in Libia non dovrebbero esistere lager, dove i diritti umani vengono sistematicamente violati, e no, l’Italia non dovrebbe finanziarli. No, non si sarebbe dovuto approvare il memorandum Italia-Libia nel 2017, e no, non ci sarebbe dovuto essere il silenzio quando il 2 novembre 2022 il memorandum è stato rinnovato automaticamente per i prossimi tre anni. 

No, chi viene intercettato in mare non dovrebbe essere riportato in Libia, e no, le navi delle ONG non dovrebbero essere confiscate. No, i mercantili e i pescherecci non dovrebbero essere sequestrati dopo i salvataggi, e no, le missioni europee non sarebbero dovute essere smantellate. Il Mediterraneo dovrebbe essere un mare dove le navi si spostano, non un cimitero.

No, la Turchia non dovrebbe ricevere miliardi per tenere i migranti dentro i suoi confini, e no, sulla rotta balcanica non dovrebbero avvenire respingimenti illegali e disumani. No, l’Europa non dovrebbe fare accordi per delegare la gestione delle proprie frontiere ad altri Paesi, dovremmo avere il coraggio di sporcarci le mani e gestire la situazione.

No, l’Europa non può essere una fortezza a cui è impossibile accedere: dove noi che siamo dentro siamo salvi e chi è fuori muore nel tentativo di entrare, dove noi abbiamo il privilegio di ottenere passaporti e certificati, e dove allo stesso tempo gli stessi requisiti non valgono per chi questi documenti non li può ottenere, dove le persone e le merci si muovono tra i confini senza attriti, ma dove entrare in quei confini costa la vita.

La responsabilità di tutto ciò è di chi è dentro a questi confini, di chi li governa, di chi li ha governati negli ultimi 10 anni, di chi dovrebbe prendere in carico il problema e trattarlo come tale, di chi tradisce i suoi valori, le sue leggi, i diritti inviolabili che riconosce e garantisce.

Sì, dovremmo aprire dei canali di migrazione regolari, sicuri, solidi e costanti. Sì, dovremmo rimettere in piedi il sistema di accoglienza e integrazione. Sì, dovremmo ripartire dalle scuole, ambiente con potenzialità uniche per l’inclusione e farne il primo luogo in cui viverla, sia per chi arriva che per chi accoglie. Tutti abbiamo vissuto l’inclusione a scuola, e sappiamo che è possibile. 

Sì, possiamo leggere e studiare, conoscere quello che è successo appena fuori dai nostri confini, per esempio informandoci sulle rotte del Mediterraneo, attraverso i dati dell’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM): https://missingmigrants.iom.int/region/mediterranean, o su quanto è avvenuto in Libia negli ultimi anni attraverso storie come quella raccontata nel libro “Io Khaled vendo uomini e sono innocente” di Francesca Mannocchi. 

Sì, possiamo portare l’attenzione su questa tragedia e chiedere che il fenomeno delle migrazioni venga gestito come merita, non attraverso la violazione dei diritti umani.

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