Episodio 1 – Perchè manifestiamo?

Manifestare: “far conoscere, rendere noto in modo chiaro, a parole, per iscritto o con determinati comportamenti, ciò che si ha nella mente o nell’animo.”

Questa è la definizione che il vocabolario presenta se cerchiamo il termine “manifestare”, termine che sta tornando particolarmente familiare negli ultimi tempi, viste le numerose proteste che riempiono le strade delle nostre città: cortei per la sicurezza sul lavoro e per la tutela dell’ambiente, contro la riforma dell’esame di maturità e contro la poca attenzione ai PCTO, contro il Green Pass e le varie restrizioni. Ciascuna di queste rivendicazioni nasconde non solo motivi ma anche stili differenti. Sentiamo allora la necessità di interrogarci su che cosa voglia dire, davvero, manifestare e su quanto sentiamo nostra questa esigenza. 

Tornando alla definizione del vocabolario, manifestare vuol dire dare mostra alle proprie idee, per l’appunto  mostrare ciò che sia ha nell’animo. Viene spontaneo, allora, riflettere sullo stile delle manifestazioni che spesso coinvolgono le nostre scuole: quante volte riescono a rispecchiare le nostre idee e quante volte invece finiscono per essere generalizzanti e poco chiare nel messaggio da esporre? Manifestare dovrebbe essere una dimostrazione pubblica di ciò che custodiamo nella nostra interiorità, dovrebbe essere espressione della consapevolezza che si ha del tema. Leggendo la realtà intorno a noi, la situazione pandemica ha fatto da amplificatore per diverse questioni, soprattutto per quanto riguarda le mancanze del sistema d’istruzione italiano. Percepiamo che alla base di queste nuove proteste ci sia un’effettiva volontà di attuare un cambiamento. Allora l’impegno che dovremmo prenderci è quello di lasciarci coinvolgere nel momento in cui supportiamo una protesta, evitando di cadere nel luogo comune della protesta mossa solo per perdere del tempo.

Manifestare è anche sintomo di interventi insoddisfacenti di fronte alla necessità di un cambiamento più radicale. È frutto dell’esigenza di essere ascoltati: dovremmo sempre chiederci se la dimostrazione palese di sé non derivi forse dall’assenza una fase di ascolto realmente attenta alle esigenze concrete.

Una manifestazione “urlata” o caratterizzata da metodi particolarmente appariscenti può essere dovuta a una certa inefficacia degli strumenti che dovrebbero incentivare al dialogo. Oggi spesso cadiamo nella convinzione che nulla possa essere ottenuto se non a fronte di gesti eclatanti e tanto di quello che accade nel nostro mondo è tristemente l’espressione di tale preconcetto. Ci chiediamo allora: abbiamo realmente voglia di dialogare o tutto sommato reputiamo lo stile della “prova di forza” più utile e più efficace? Il confronto sicuramente è un processo scomodo, ci richiede di ascoltare ciò che l’altro ha da dirci, anche quando è molto distante dalla nostra idea. Allo stesso tempo, il dialogo è qualcosa a cui non dovremmo mai voler rinunciare: per quanto le opinioni altrui possano essere distanti, il solo ascoltarle e lasciare che queste ci mettano in discussione è qualcosa che, certamente, ci farà crescere e, perchè no,ci restituirà anche maggiore consapevolezza e convinzione delle nostre idee. 

Il secondo interrogativo che vogliamo porci è: Manifestare serve davvero a qualcosa?
Per cominciare evidenziamo che la manifestazione, per sua natura, è un prezioso simbolo di democrazia, è il metodo più concreto per esprimere la propria posizione, il proprio pensiero. Manifestare è il modo che abbiamo per dire “io ci sono”, per mostrare che quel problema mi appartiene, e per trasmettere, a chi ci osserva, la nostra sensibilità sull’argomento.

Un concetto che spesso ritorna è che le manifestazioni raramente servono a qualcosa, che quasi mai riescono a raggiungere l’obiettivo sperato. In realtà non esiste un rapporto causa-effetto così immediato, preciso e puntuale da far sì che a ogni espressione di pensiero segua subito l’adeguamento politico e sociale sperato. Il corso della storia ci ha dimostrato come tante occasioni di progresso siano state precedute da grandi mobilitazioni e da espressioni forti di idee. Qualcosa resta sempre e, anche se solo nel suo piccolo, può contribuire al cambiamento. 

Non dovremmo tantomeno cadere nell’errore di credere che l’unica manifestazione possibile sia quella volta a dare nell’occhio, quella che cattura l’attenzione pubblica. Proprio l’ “I CARE” di don Milani, che tanto sentiamo vicino, ci ricorda che la vera rivoluzione sta nel prendere realmente a cuore le cose e che ciò non presuppone necessariamente pubbliche dimostrazioni di questo sentimento. 
Allora, nel domandarci “Per cosa sto manifestando”, proviamo a prendere l’impegno di non considerare solo l’importanza di quello per cui manifestiamo, ma soprattutto l’interesse verso quelle idee, che ispirano il nostro agire e che ci danno la motivazione per fare la nostra parte.

Cosa vuol dire manifestare? Quanto sentiamo nostra questa esigenza?
Manifestare serve davvero a qualcosa?

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